Per riprendere la nostra attività insieme a tutti voi proponiamo una passeggiata nel cuore dell'antichità. L'appuntamento sarà alle ore 17.30 presso l'arco di Costantino. L'arco di Trionfo, realizzato nel 315 d.C. per volontà dell'Imperatore dopo la determinante vittoria contro Massenzio presso il Ponte Milvio del 28 ottobre del 312 d.C., perfettamente conservato servì da "manuale" dell'antico per tanti artisti del Rinascimento come per esempio il grande Raffaello. Nei pressi dell'arco troveremo i resti archeologici della Meta Sudans, fontana monumentale che segnava il confine tra quattro delle regiones augustee e che venne rasa al suolo in età fascista per far posto all'attuale piazza. Seguendo i resti del portico che correva intorno al lago dell'Imperatore Nerone raggiungiamo il basamento del Colosso, la famosa statua di bronzo dorato da cui l'Anfiteatro Flavio prese il nome nel medioevo. Raggiungiamo i resti del Ludus Magnus, la più grande caserma dei Gladiatori, collegata direttamente attraverso un sotterraneo con gli ambienti ipogei del Colosseo. Dalla Porta Libitinaria, porta dalla quale venivano fatti uscire i gladiatori e le belve che perdevano la vita durante i cruenti giochi, ammiriamo la grandezza del Colosseo. Oggi possiamo anche scorgere il livello originario del piazzale in travertino, da poco riportato alla luce e individuare i cippi ai quali veniva fissato il velarium, l'immensa tenda da sole che veniva aperta dai marinai di capo Miseno per proteggere gli spettatori dal sole. Visita adatta a tutti! Appuntamento Sabato 6 giugno, ore 17. 30 presso l'arco di Costantino. I gruppi saranno di solo 15 persone per rispettare il distanziamento. Vi raccomandiamo l'uso della mascherina. Useremo apparecchi radio riceventi con auricolare monouso e avremo a disposizione il gel disinfettante. E' necessaria la prenotazione a: info@arttur.it oppure con sms a 3356525919 (Federica ) o a 3397138467 (Lara) anche su what's app. Costo della visita (incluso l'auricolare) euro 8
Per riprendere la nostra attività insieme a tutti voi proponiamo una passeggiata nel cuore dell’antichità. L’appuntamento sarà alle ore 17.30 presso l’arco di Costantino. L’arco di Trionfo, realizzato nel 315 d.C. per volontà dell’Imperatore dopo la determinante vittoria contro Massenzio presso il Ponte Milvio del 28 ottobre del 312 d.C., perfettamente conservato servì da “manuale” dell’antico per tanti artisti del Rinascimento come per esempio il grande Raffaello. Nei pressi dell’arco troveremo i resti archeologici della Meta Sudans, fontana monumentale che segnava il confine tra quattro delle regionesaugustee e che venne rasa al suolo in età fascista per far posto all’attuale piazza. Seguendo i resti del portico che correva intorno al lago dell’Imperatore Nerone raggiungiamo il basamento del Colosso, la famosa statua di bronzo dorato da cui l’Anfiteatro Flavio prese il nome nel medioevo. Raggiungiamo i resti del LudusMagnus, la più grande caserma dei Gladiatori, collegata direttamente attraverso un sotterraneo con gli ambienti ipogei del Colosseo. Dalla Porta Libitinaria, porta dalla quale venivano fatti uscire i gladiatori e le belve che perdevano la vita durante i cruenti giochi, ammiriamo la grandezza del Colosseo. Oggi possiamo anche scorgere il livello originario del piazzale in travertino, da poco riportato alla luce e individuare i cippi ai quali veniva fissato il velarium, l’immensa tenda da sole che veniva aperta dai marinai di capo Miseno per proteggere gli spettatori dal sole.
Visita adatta a tutti!
Appuntamento Sabato 6 giugno,ore 17. 30 presso l’arco di Costantino.
I gruppi saranno di solo 15 persone per rispettare il distanziamento. Vi raccomandiamo l’uso della mascherina.
Useremo apparecchi radio riceventi con auricolare monouso e avremo a disposizione il gel disinfettante.
E’ necessaria la prenotazione a: info@arttur.it oppure con sms a 3356525919 (Federica ) o a 3397138467 (Lara) anche su what’s app.
Costo della visita (incluso l’auricolare) euro 8 a persona; per ragazzi fino a 14 anni euro 3; per bambini fino a 10 anni euro 1,5.
Il parco di Villa Gregoriana si trova a poco più di mezz’ora da Roma, a Tivoli. In esso la storia, la Natura, l'archeologia e l'artificio si fondono in maniera assolutamente seducente. Nell'800 la Villa fu meta privilegiata del Grand Tour e soggetto favorito delle più celebri rappresentazioni pittoriche di Tivoli. In essa si materializza davanti ai nostri occhi il concetto di "sublime" tanto caro al Romanticismo. Nel 1832 papa Gregorio XVI fece realizzare incredibile opera di ingegneria idraulica per mettere fine alle continue esondazioni dell’Aniene. Le acque del fiume furono incanalate in un doppio traforo scavato nel monte Catillo e diedero vita agli spettacolari 120 metri di salto della nuova Cascata Grande, seconda in Italia dopo le Marmore. Una volta compiuta l’opera, il Papa creò il Parco che porta il suo nome e che per oltre un secolo fu meta di artisti, letterati e uomini di cultura che ne raccontarono al mondo la bellezza. Nel secondo dopoguerra, il sito divenne proprietà del Demanio giungendo in uno stato di abbandono totale e di gravissimo dissesto idrogeologico. Nel 2002 viene affidato in concessione al FAI, grazie al cui impegno torna a rivivere. Dal 2005 Villa Gregoriana è stata riaperta al pubblico e oggi si possono nuovamente percorrere gli antichi sentieri liberati dai rovi, apprezzare il profumo di essenze prima soffocate dall'incuria e dall'abbandono. All'interno del parco sono presenti, all'interno della lussureggiante natura, ben settantaquattro specie arboree e interessanti reperti di diversi generi ed epoche. Tra questi, i resti archeologici della Villa del console Manlio Vopisco, celebrata anche dal poeta Stazio, e, sull'acropoli, i templi romani tra cui quello famosissimo di Vesta. Per la visita sono necessarie scarpe comode e un po' di allenamento ! Si tratta di scendere attraverso dei freschi vialetti fin nel fondo della forra scavata dall'Aniene, per poi risalire fino al piano stradale.
Il parco di Villa Gregoriana si trova a poco più di mezz’ora da Roma, a Tivoli. In esso la storia, la Natura, l’archeologia e l’artificio si fondono in maniera assolutamente seducente. Nell’800 la Villa fu meta privilegiata del Grand Tour e soggetto favorito delle più celebri rappresentazioni pittoriche di Tivoli. In essa si materializza davanti ai nostri occhi il concetto di “sublime” tanto caro al Romanticismo.
Nel 1832 papa Gregorio XVI fece realizzare incredibile opera di ingegneria idraulica per mettere fine alle continue esondazioni dell’Aniene. Le acque del fiume furono incanalate in un doppio traforo scavato nel monte Catillo e diedero vita agli spettacolari 120 metri di salto della nuova Cascata Grande, seconda in Italia dopo le Marmore. Una volta compiuta l’opera, il Papa creò il Parco che porta il suo nome e che per oltre un secolo fu meta di artisti, letterati e uomini di cultura che ne raccontarono al mondo la bellezza.
Nel secondo dopoguerra, il sito divenne proprietà del Demanio giungendo in uno stato di abbandono totale e di gravissimo dissesto idrogeologico. Nel 2002 viene affidato in concessione al FAI, grazie al cui impegno torna a rivivere. Dal 2005 Villa Gregoriana è stata riaperta al pubblico e oggi si possono nuovamente percorrere gli antichi sentieri liberati dai rovi, apprezzare il profumo di essenze prima soffocate dall’incuria e dall’abbandono. All’interno del parco sono presenti, all’interno della lussureggiante natura, ben settantaquattro specie arboree e interessanti reperti di diversi generi ed epoche. Tra questi, i resti archeologici della Villa del console Manlio Vopisco, celebrata anche dal poeta Stazio, e, sull’acropoli, i templi romani tra cui quello famosissimo di Vesta.
Per la visita sono necessarie scarpe comode e un po’ di allenamento ! Si tratta di scendere attraverso dei freschi vialetti fin nel fondo della forra scavata dall’Aniene, per poi risalire fino al piano stradale.
Colle Gianicolo Da Piazza Trilussa si sale sul colle Gianicolo lungo via Garibaldi. Chiesa di San Pietro in Montorio che il 30 giugno 1849, venne a trovarsi a pochi metri dai luoghi dei combattimenti. Qui venivano portati i feriti. Qui fu stabilito l'ultimo quartier generale di Garibaldi. Tutto il convento venne bombardato dall'artiglieria francese, che dai bastioni conquistati teneva sotto tiro la città. Il tempietto del Bramante rimase miracolosamente indenne. Sul fianco della Chiesa si trova una lapide con una palla di cannone francese rinvenuta durante i lavori di restauro eseguiti nel 1995. Si prosegue con la visita del Mausoleo Ossario Gianicolense dedicato ai caduti per Roma Capitale i resti dei quali sono raccolti nella cripta. Nell'elenco dei caduti troviamo i nomi di tanti eroi, uomini e donne conosciuti e sconosciuti, dagli ufficiali di stato maggiore ai tamburini di 11 e 14 anni. In fondo alla cripta è la tomba di Goffredo Mameli, il poeta, aiutante di campo di Garibaldi, morto di cancrena a 21 anni. Dal 1946 l'inno di Mameli è l'inno nazionale della Repubblica Italiana. La passeggiata continua fino a Piazza Garibaldi dove svetta la statua all'eroe dei due mondi e si raggiunge per mezzogiorno il cannone
Colle Gianicolo
Da Piazza Trilussa si sale sul colle Gianicolo lungo via Garibaldi. Chiesa di San Pietro in Montorio che il 30 giugno 1849, venne a trovarsi a pochi metri dai luoghi dei combattimenti. Qui venivano portati i feriti. Qui fu stabilito l’ultimo quartier generale di Garibaldi. Tutto il convento venne bombardato dall’artiglieria francese, che dai bastioni conquistati teneva sotto tiro la città. Il tempietto del Bramante rimase miracolosamente indenne. Sul fianco della Chiesa si trova una lapide con una palla di cannone francese rinvenuta durante i lavori di restauro eseguiti nel 1995. Si prosegue con la visita del Mausoleo Ossario Gianicolense dedicato ai caduti per Roma Capitale i resti dei quali sono raccolti nella cripta. Nell’elenco dei caduti troviamo i nomi di tanti eroi, uomini e donne conosciuti e sconosciuti, dagli ufficiali di stato maggiore ai tamburini di 11 e 14 anni. In fondo alla cripta è la tomba di Goffredo Mameli, il poeta, aiutante di campo di Garibaldi, morto di cancrena a 21 anni. Dal 1946 l’inno di Mameli è l’inno nazionale della Repubblica Italiana. La passeggiata continua fino a Piazza Garibaldi dove svetta la statua all’eroe dei due mondi e si raggiunge per mezzogiorno il cannone
Alla fine del 1800 Roma viva una stagione di grande trasformazione urbanistica. Per il "pubblico interesse" della nuova Capitale d'Italia si giustifica la necessità di demolire e far posto a nuovi edifici. In questa fase, naturalmente, le scoperte archeologiche e i rinvenimenti di ogni genere si moltiplicano. La documentazione relativa per forza di cose scarseggia, non tiene il passo con il volume di scavi e reperti che vengono alla luce senza sosta. Rodolfo Lanciani, protagonista e testimone di questo periodo straordinario, nel 1886, all'Accademia dei Lincei dirà di temere di "essersi lasciata sfuggire un'occasione che non è per tornare, che è perduta per sempre". La zona di "Prati di Castello" era pressochè inalterata dal Rinascimento, occupata da vigne e rari edifici sulla sponda del Tevere. Qui verrà demolito il recinto pentagonale di Castel Sant'Angelo e le sue fortificazioni medievali, si amplierà il letto del fiume con relativa sistemazione degli argini. Nascerà il nuovo quartiere Prati. Qui, nel 1889 fervono i lavori per la costruzione del ponte Umberto I, sotto la guida dell'Ufficio tecnico speciale del Tevere nato per seguire la grande opera di bonifica e per costruire il Palazzo di Giustizia affidato all'ingegner Calderini. Il Comune acquista per queste nuove esigenze un'area militare ed espropria diversi edifici privati. Alcune strutture murarie antiche che in questa occasione vengono rinvenute sono documentate dal Calderini in maniera dettagliata ma senza possibilità di lettura interpretativa. Il Lanciani rileva le scoperte ma probabilmente troppo tardi quando alcuni muri non sono più visibili. Egli stesso lamenta l'impossibilità di conciliare l'attività edilizia con la ricerca storica ed archeologica. Lungo il lato nord del Palazzo di Giustizia si estende in direzione nord sud un porticato con tabernae. Sul Lato sud Calderini documenta una serie di muri e costruzioni. Sul lato est, il 10 maggio del 1889, vengono rinvenuti due sarcofagi appartenenti
Alla fine del 1800 Roma viva una stagione di grande trasformazione urbanistica. Per il “pubblico interesse” della nuova Capitale d’Italia si giustifica la necessità di demolire e far posto a nuovi edifici. In questa fase, naturalmente, le scoperte archeologiche e i rinvenimenti di ogni genere si moltiplicano. La documentazione relativa per forza di cose scarseggia, non tiene il passo con il volume di scavi e reperti che vengono alla luce senza sosta. Rodolfo Lanciani, protagonista e testimone di questo periodo straordinario, nel 1886, all’Accademia dei Lincei dirà di temere di “essersi lasciata sfuggire un’occasione che non è per tornare, che è perduta per sempre”. La zona di “Prati di Castello” era pressochè inalterata dal Rinascimento, occupata da vigne e rari edifici sulla sponda del Tevere. Qui verrà demolito il recinto pentagonale di Castel Sant’Angelo e le sue fortificazioni medievali, si amplierà il letto del fiume con relativa sistemazione degli argini. Nascerà il
nuovo quartiere Prati. Qui, nel 1889 fervono i lavori per la costruzione del ponte Umberto I, sotto la guida dell’Ufficio tecnico speciale del Tevere nato per seguire la grande opera di bonifica e per costruire il Palazzo di Giustizia affidato all’ingegner Calderini. Il Comune acquista per queste nuove esigenze un’area militare ed espropria diversi edifici privati. Alcune strutture murarie antiche che in questa occasione vengono rinvenute sono documentate dal Calderini in maniera dettagliata ma senza possibilità di lettura interpretativa. Il Lanciani rileva le scoperte ma probabilmente troppo tardi quando alcuni muri non sono più visibili. Egli stesso lamenta l’impossibilità di conciliare l’attività edilizia con la ricerca storica ed archeologica. Lungo il lato nord del Palazzo di Giustizia si estende in direzione nord sud un porticato con tabernae.
Sul Lato sud Calderini documenta una serie di muri e costruzioni. Sul lato est, il 10 maggio del 1889, vengono rinvenuti due sarcofagi appartenenti alla stessa famiglia come risulta dalle iscrizioni: i personaggi sono Crepereia Tryphaena e suo padre Crepereius Euhodus. I due sarcofagi erano sistemati l’uno accanto all’altro, come in un’unica sepoltura per due. La stessa decorazione, presente solo solo sui due lati brevi affiancati e su un lato lungo, e quella del coperchio ora perduto lasciava pensare ad una sistemazione contemporanea delle due sepolture in una sorta di monumento unico. Lanciani le descrive come deposte nel fondo di un pozzo ma Calderini nel suo rilievo descrive un edificio che prende la forma di un angolo retto proprio dove i sue sarcofagi furono rinvenuti. E’ possibile che ci sia stato qualche errore o imprecisione al momento dei ritrovamenti.
La scoperta è comunque eccezionale e chiama sul posto gli esperti del Comune. Il recupero viene fatto con grande attenzione. Il 12 maggio si apre il sarcofago di Crepereia, all’interno, per quanto ancora sigillato, era penetrata dell’acqua e si erano formate delle alghe dai lunghissimi filamenti color ebano.
…“Tolto il coperchio e lanciato uno sguardo sul cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua”. La suggestione di questo ritrovamento quasi prodigioso fu immensa, l’esumazione della fanciulla fu realizzata con solenni onori. Giovanni Pascoli compose per l’occasione una poesia in latino in strofe saffiche che donò in occasione delle nozze alla figlia dell’onorevole Benzoni allora Ministro della Pubblica Istruzione e suo amico a Roma.
Il poeta immagina di assistere alla scoperta. Rievoca la cerimonia funebre per la giovinetta, gli sembra di rivivere l’amore del promesso sposo, il cui nome era Filetus, come sembrerebbe potersi dedurre dall’analisi del corredo.
“… Vitrea Virgo sub aqua latebas/at comans summis adiantus undis/nabat. An nocti dederas opacae/spargere crinis?…(Giovanni Pascoli, Crepereia Tryphaena 1893; Poematia et Epigrammata-Poesie minori) …”Ti nascondevi o fanciulla, nell’acqua trasparente, e sull’onda nuotavano i tuoi capelli di felce. Avevi concesso alla notte oscura il privilegio di scioglierli?…”
All’interno del sarcofago venne ritrovato un vero tesoro, oggi esposto presso la Centrale Montemartini, in Roma. Lo scheletro della fanciulla era perfettamente intatto, vicino a lei i suoi gioielli di ragazza, una corona con fermaglio d’argento con cui probabilmente era stata sepolta e infine una bambola dalle articolazioni mobili, che inizialmente sembrò essere di legno di quercia o di ebano e dopo il restauro si rivelò di avorio. Un piccolissimo cofanetto rivestito di lastrine di avorio conteneva i gioielli e gli oggetti (pettinini, specchietti) della bambola che a sua volta indossava al pollice della mano sinistra un anello con un ciondolino a forma di chiave. La piccola chiave del suo cofanetto.
Dal nome della fanciulla e di suo padre, Tryphaena e Euhodus, di sicura origine greca, si deduce che entrambi appartenevano ad una famiglia di liberti. Crepereia aveva circa 20 anni e probabilmente era una promessa sposa. Uno degli anellini del corredo aveva un castone di corniola con la rappresentazione di due mani che si stringono (segno nuziale) e l’altro portava il nome di Filetus, il promesso sposo, ricavato nel cammeo. I dati cronologici più chiari ci vengono senz’altro dall’analisi della bambola e della sua acconciatura, estremamente curata e derivante da una sorta di fusione tra elementi propri dell’epoca di Faustina Maggiore e acconciature dell’epoca di Faustina Minore. All’epoca e allo stile della prima, moglie di Antonino Pio morta nel 141 d.C. , riconduce la complessa pettinatura formata da piccole trecce che vanno a raccogliersi sulla sommità del capo. Alla moda “innovativa” adottata da Faustina Minore dopo il 150 d.C. riporta invece l’acconciatura visibile frontalmente, con capelli spartiti sulla fronte e divisi morbidamente ai lati del viso a coprire le orecchie. La raffinatezza artistica del ritratto, il sistema delle articolazioni, la perizia e la padronanza tecnica esibite rendono la bambola un’opera eccezionale.
Ci può stupire che un giocattolo venisse posto vicino ad una fanciulla ormai in età di matrimonio. Forse il deporre un oggetto collegato all’infanzia nella sepoltura aveva principalmente un valore simbolico-religioso di offerta alle divinità protettrici dell’infanzia da parte di fanciulli e fanciulle in procinto di abbandonare l’adolescenza. Allo stesso periodo, cioè all’età Antonina, agli anni successivi al 150 d.C, riportano i dettagli della lavorazione a rilievo del lato breve del sarcofago della fanciulla.
Si tratta di una delicata e mesta scena di compianto funebre che mi sembra richiamare con evidenza la tipologia espressa, pur con maggiore raffinatezza e padronanza, nel rilievo in marmo pentelico esposto in Palazzo Altemps, noto come “Nova nupta” e interpretato solitamente come rappresentazione del mito di Ifigenia. L’eroina, figlia di Agamennone, viene preparata per le nozze con Achille, ma in realtà il suo destino è il sacrificio agli dei. Ad un medesimo modello, seppure in maniera non altrettanto esperta, mi sembra riporti sia il velario sullo sfondo, che anche la compostezza delle figure e in generale l’atmosfera di dolore evocata. Anche il rilievo di Palazzo Altemps, particolarmente noto ed amato durante il Rinascimento tanto da aver
Raffaello, 1514. Firenze, Galleria degli Uffizi.
ispirato lo stesso Raffaello, costituiva il lato breve di un sarcofago e rimandava con molta probabilità ad una scena nuziale sommessa e triste, come sommesso e triste doveva essere anche per chi preparò il sarcofago per Creperieia, il riferimento al matrimonio probabilmente mai avvenuto della fanciulla.
Per sarcofagi e corredo a lungo non ci fu pace. Fino al 1928 furono esposti al Palazzo dei Conservatori; dal 1929 furono presso l’Antiquarium Comunale del Celio. Nel 1939 ci fu il parziale sgombro dell’Antiquarium, quindi i sarcofagi con il corredo tornarono nei depositi dei Musei Capitolini. Nel 2016 viene infine assegnata ai reperti la collocazione attuale.
(Federica Carpinelli)
Per approfondimenti: Anna Mura Sommella, Scoperte archeologiche: “Crepereia Tryphaena” in www.cortedicassazione.it; Eugenia Salza Prina Ricotti: Giochi e Giocattoli (Vita e Costumi dei Romani antichi, 18), 1995 -edizioni Quasar; AA.VV. Palazzo Altemps, le collezioni: pp.160-1, 2014 -Electa.
Raffaello muore il 6 di aprile del 1520. L’umanista veneto Marcantonio Michiel nel suo resoconto redatto all’indomani del triste evento esprime come il cordoglio nel mondo della cultura sia unanime ma anche come già ci si stia preparando per ricordare degnamente l’artista con “accurate compositioni”. Se ne deduce che immediatamente ci sia l’impegno da parte dei letterati a sublimare poeticamente quello sconforto che tutti aveva colto. Probabilmente poi la richiesta da parte del pontefice Leone X di un’iscrizione da collocare presso la tomba del pittore determinò come risposta una sorta di certamen poetico, un vero fiorire di composizioni. Il vincitore di questa singolare gara fu l’epitaffio scritto secondo il Vasari da Pietro Bembo, umanista veneziano entrato al servizio di papa Leone X per la sua riconosciuta cultura e sostenitore di un intransigente ciceronianesimo nell’ambito delle lettere latine. Il testo da lui composto recita: A Raffaello Sanzio, urbinate, figlio di Giovanni, pittore straordinario e rivale degli antichi, le cui quasi vive figure qualora tu contempli, facilmente vi potrai scorgere l’accordo dell’arte e della natura. Con capolavori di pittura e architettura accrebbe la gloria dei papi Giulio II e Leone X. Visse trentasette anni, integro, interi. Nel giorno in cui nacque, in quello ha cessato di essere. Il 6 di aprile (7 giorni prima delle Idi di Aprile) del 1520… Il distico elegiaco finale (due versi formati da un esametro e da un pentametro), meraviglioso capolavoro del latino umanistico, capace di condensare eppure di esprimere compiutamente la profondità e l’universalità del sentimento fu inciso infine sulla sua lapide e ancora oggi viene letto sul coperchio del sarcofago che conserva “ossa e ceneri” di Raffaello all’interno del Pantheon. ILLE HIC EST RAPHAEL TIMUIT QUO SOSPITE VINCI RERUM MAGNA PARENS ET MORIENTE MORI Qui giace proprio quel Raffaello, mentre era in vita il quale,
Raffaello muore il 6 di aprile del 1520. L’umanista veneto Marcantonio Michiel nel suo resoconto redatto all’indomani del triste evento esprime come il cordoglio nel mondo della cultura sia unanime ma anche come già ci si stia preparando per ricordare degnamente l’artista con “accurate compositioni”. Se ne deduce che immediatamente ci sia l’impegno da parte dei letterati a sublimare poeticamente quello sconforto che tutti aveva colto. Probabilmente poi la richiesta da parte del pontefice Leone X di un’iscrizione da collocare presso la tomba del pittore determinò come risposta una sorta di certamen poetico, un vero fiorire di composizioni. Il vincitore di questa singolare gara fu l’epitaffio scritto secondo il Vasari da Pietro Bembo, umanista veneziano entrato al servizio di papa Leone X per la sua riconosciuta cultura e sostenitore di un intransigente ciceronianesimo nell’ambito delle lettere latine. Il testo da lui composto recita:
A Raffaello Sanzio, urbinate, figlio di Giovanni, pittore straordinario e rivale degli antichi, le cui quasi vive figure qualora tu contempli, facilmente vi potrai scorgere l’accordo dell’arte e della natura. Con capolavori di pittura e architettura accrebbe la gloria dei papi Giulio II e Leone X. Visse trentasette anni, integro, interi. Nel giorno in cui nacque, in quello ha cessato di essere. Il 6 di aprile (7 giorni prima delle Idi di Aprile) del 1520…
Il distico elegiaco finale (due versi formati da un esametro e da un pentametro), meraviglioso capolavoro del latino umanistico, capace di condensare eppure di esprimere compiutamente la profondità e l’universalità del sentimento fu inciso infine sulla sua lapide e ancora oggi viene letto sul coperchio del sarcofago che conserva “ossa e ceneri” di Raffaello all’interno del Pantheon.
ILLE HIC EST RAPHAEL TIMUIT QUO SOSPITE VINCI
RERUM MAGNA PARENS ET MORIENTE MORI
Qui giace proprio quel Raffaello, mentre era in vita il quale, la Gran Madre di tutte le cose temette di essere da lui vinta, e una volta morto temette di morire con lui.
Versi che corrono agili al principio dove si presenta in veloci dattili la grandezza attiva di Raffaello da vivo, il timore della Natura Madre di essere da lui vinta e che rallentano adagiati e composti nella seconda parte introdotta da solenni spondei per chiudersi con una doppia ripetizione del verbo “morire”.
Baldassare Castiglione In questo dipinto, conservato al Louvre, Raffaello rappresenta il dotto umanista, letterato e diplomatico che fu al servizio delle più importanti corti italiane dell’epoca. Francesco Maria della Rovere duca di Urbino, Francesco II Gonzaga di Mantova e Ludovico il Moro a Milano. Nel 1528 a Venezia viene pubblicata la sua opere maggiore ”il Cortigiano”. Questo è considerato uno dei più influenti ritratti della pittura europea, Raffello è stato infatti capace di fissare sulla tela non solo l’immagine dell’illustre letterato ma anche la sua anima interiore. La data dell’opera era stata generalmente fissata intorno al 1514-1515 ma la critica ora è più propensa ad anticiparla al 1513, cioè quando il Castiglione si trovava a Roma per partecipare ai funerali di papa Giulio II come rappresentante del duca di Urbino. Insieme al suo signore assiste anche all’elezione e incoronazione del nuovo papa Leone X. Stilisticamente il dipinto s’inserisce nel “momento veneto” di Raffaello, cioè quando è impegnato nella stanza di Eliodoro ed è in contatto, tramite il banchiere Agostino Chigi, con Sebastiano del Piombo. E’ facile immaginare come i due, che già si conoscevano ad Ubino, abbiano stretto in quel frangente una forte amicizia, un sodalizio umano e intellettuale, che durerà negli anni e li porterà a scrivere insieme la famosa lettera di denuncia nel 1515 a papa Leone X. Il ritratto raffigura un uomo sereno e affabile, con eleganti abiti invernali, una giubba di velluto nero avvolta in una pelliccia da dove emerge una candida camicia plissettata. Il fondo è neutro irreale, non c’è via di fuga per l’occhio e tutto contribuisce all’isolamento della figura. In testa indossa una berretto particolare chiamato “scuffiotto” decorato con una medaglia, per coprire la sua calvizie precoce nonostante l’età, aveva nel ritratto 35 anni. Lo sguardo è il vero protagonista dell’immagine, l’attenzione si
Baldassare Castiglione
In questo dipinto, conservato al Louvre, Raffaello rappresenta il dotto umanista, letterato e diplomatico che fu al servizio delle più importanti corti italiane dell’epoca. Francesco Maria della Rovere duca di Urbino, Francesco II Gonzaga di Mantova e Ludovico il Moro a Milano. Nel 1528 a Venezia viene pubblicata la sua opere maggiore ”il Cortigiano”. Questo è considerato uno dei più influenti ritratti della pittura europea, Raffello è stato infatti capace di fissare sulla tela non solo l’immagine dell’illustre letterato ma anche la sua anima interiore.
La data dell’opera era stata generalmente fissata intorno al 1514-1515 ma la critica ora è più propensa ad anticiparla al 1513, cioè quando il Castiglione si trovava a Roma per partecipare ai funerali di papa Giulio II come rappresentante del duca di Urbino. Insieme al suo signore assiste anche all’elezione e incoronazione del nuovo papa Leone X. Stilisticamente il dipinto s’inserisce nel “momento veneto” di Raffaello, cioè quando è impegnato nella stanza di Eliodoro ed è in contatto, tramite il banchiere Agostino Chigi, con Sebastiano del Piombo.
E’ facile immaginare come i due, che già si conoscevano ad Ubino, abbiano stretto in quel frangente una forte amicizia, un sodalizio umano e intellettuale, che durerà negli anni e li porterà a scrivere insieme la famosa lettera di denuncia nel 1515 a papa Leone X.
Il ritratto raffigura un uomo sereno e affabile, con eleganti abiti invernali, una giubba di velluto nero avvolta in una pelliccia da dove emerge una candida camicia plissettata. Il fondo è neutro irreale, non c’è via di fuga per l’occhio e tutto contribuisce all’isolamento della figura. In testa indossa una berretto particolare chiamato “scuffiotto” decorato con una medaglia, per coprire la sua calvizie precoce nonostante l’età, aveva nel ritratto 35 anni. Lo sguardo è il vero protagonista dell’immagine, l’attenzione si concentra sul bel viso lievemente roseo, gli occhi azzurri e penetranti affiorano dalla gamma scura dell’abbigliamento e denotano il lampo profondo dell’anima e tutta l’intelligenza e il fascino del personaggio che non ostenta la sua posizione. E’ così che lo ritrae il suo amico in una pausa di riflessione durante una loro conversazione.
Ritratto di giovane con pomo In questo dipinto di Raffaello conservato agli Uffizi di Firenze qualcuno ha voluto riconoscere l’immagine del giovane Francesco Maria della Rovere che dopo l’estinzione dei Montefeltro eredita grazie all’appoggio dello zio papa Giulio II il ducato di Urbino. Si tratta in ogni caso di un giovane adolescente di alto rango come si evince dal suo abbigliamento. Indossa un robone (veste lunga molto e ampia usata dai gentiluomini, dottori e letterati dell’epoca) con una ricca quadrettatura in trama d’oro con fodera di zibellino. Questo ritratto di altissima qualità impostato con sicurezza volumetrica è datato al 1504 circa, cioè al periodo fiorentino quando l’artista rielabora le novità presenti nella città dell’Arno e fa sua la lezione peruginesca e fiamminga. Il robone di rosso inteso è un pezzo di virtuosismo per il realismo nella resa del pelo della pelliccia, il dettaglio della manica gonfia e spiegazzata, lo sguardo è limpido e fermo, le pupille fisse in un punto lontano, le labbra sottili serrate. Le eleganti mani curate escono dalle ampie maniche e stringono un pomo che può essere un’allusione alla mela del giudizio di Paride o al pomo del giardino delle Esperidi.
Ritratto di giovane con pomo
In questo dipinto di Raffaello conservato agli Uffizi di Firenze qualcuno ha voluto riconoscere l’immagine del giovane Francesco Maria della Rovere che dopo l’estinzione dei Montefeltro eredita grazie all’appoggio dello zio papa Giulio II il ducato di Urbino. Si tratta in ogni caso di un giovane adolescente di alto rango come si evince dal suo abbigliamento. Indossa un robone (veste lunga molto e ampia usata dai gentiluomini, dottori e letterati dell’epoca) con una ricca quadrettatura in trama d’oro con fodera di zibellino. Questo ritratto di altissima qualità impostato con sicurezza volumetrica è datato al 1504 circa, cioè al periodo fiorentino quando l’artista rielabora le novità presenti nella città dell’Arno e fa sua la lezione peruginesca e fiamminga. Il robone di rosso inteso è un pezzo di virtuosismo per il realismo nella resa del pelo della pelliccia, il dettaglio della manica gonfia e spiegazzata, lo sguardo è limpido e fermo, le pupille fisse in un punto lontano, le labbra sottili serrate. Le eleganti mani curate escono dalle ampie maniche e stringono un pomo che può essere un’allusione alla mela del giudizio di Paride o al pomo del giardino delle Esperidi.
Bloccati a casa in quarantena ci dedichiamo comunque a ciò che amiamo, al nostro lavoro, divulgare arte, cultura, storia. Con l'aiuto dei media ci teniamo in contatto e ci auguriamo di poter tornare prestissimo alle nostre attività. In questo video parlo del nome degli antichi romani, di come era strutturato e delle analogie e differenze con il sistema onomastico attuale. Piccole curiosità per farci compagnia.
Bloccati a casa in quarantena ci dedichiamo comunque a ciò che amiamo, al nostro lavoro, divulgare arte, cultura, storia. Con l’aiuto dei media ci teniamo in contatto e ci auguriamo di poter tornare prestissimo alle nostre attività. In questo video parlo del nome degli antichi romani, di come era strutturato e delle analogie e differenze con il sistemaonomastico attuale. Piccole curiosità per farci compagnia.
Ritratto di Giulio II della Rovere In questo dipinto, conservato alla National Gallery di Londra, Raffaello rappresenta il cardinale Giuliano della Rovere eletto papa la notte del 31 Ottobre del 1503. E' stato soprannominato il papa guerriero per aver condotto personalmente le sue truppe contro quei nemici che infestavano i territori della chiesa, ma è anche stato uno dei più grandi intenditori d'arte tra i papi del uso tempo. Sarà lui ad affidare la decorazione della volta della cappella Sistina a Michelangelo e a coinvolgere Raffaello nella decorazione delle sue stanze. Qui Raffaello lo ritrae quasi settantenne seduto sulla sedia camerale dall'alto schienale che termina in due ghiande d'oro, simbolo araldico della famiglia della Rovere. Questa immagine così iconica è considerata il primo ritratto di stato, prototipo per tutti i ritratti successivi dei papi. Sappiamo che questo dipinto viene esposto nella chiesa di Santa Maria del Popolo dopo la morte del papa nel 1513 per circa otto giorni e nelle grandi occasioni liturgiche. Questa pubblica esposizione richiamò un grande pubblico e destò curiosità tra la folla, furono più quelli che videro la versione di Raffaello che il papa da vicino. In questo ritratto Raffaello sembra correggere l'aspetto temibile del pontefice, non è più il monarca bellicoso ma un uomo anziano, fragile e umano, con lo sguardo perso nel vuoto, in un momento di introspettiva meditazione. Alle sue spalle lo sfondo vede di una tenda con le insegne delle chiavi, possiamo immaginare che si tratti dell'anticamera impreziosita di tappeti nella quale riceveva i visitatori. Forse è stato lo stesso papa, dopo le numerose sconfitte sul campo, a voler dare una nuova immagine di se, in un momento difficile del suo pontificato. Ma questo ritratto non lo rappresenta sconfitto e umiliato, le mani ben curate, adornate di anelli, sono ancora energiche, stringono
Ritratto di Giulio II della Rovere
In questo dipinto, conservato alla National Gallery di Londra, Raffaello rappresenta il cardinale Giuliano della Rovere eletto papa la notte del 31 Ottobre del 1503.
E’ stato soprannominato il papa guerriero per aver condotto personalmente le sue truppe contro quei nemici che infestavano i territori della chiesa, ma è anche stato uno dei più grandi intenditori d’arte tra i papi del uso tempo. Sarà lui ad affidare la decorazione della volta della cappella Sistina a Michelangelo e a coinvolgere Raffaello nella decorazione delle sue stanze.
Qui Raffaello lo ritrae quasi settantenne seduto sulla sedia camerale dall’alto schienale che termina in due ghiande d’oro, simbolo araldico della famiglia della Rovere. Questa immagine così iconica è considerata il primo ritratto di stato, prototipo per tutti i ritratti successivi dei papi.
Sappiamo che questo dipinto viene esposto nella chiesa di Santa Maria del Popolo dopo la morte del papa nel 1513 per circa otto giorni e nelle grandi occasioni liturgiche. Questa pubblica esposizione richiamò un grande pubblico e destò curiosità tra la folla, furono più quelli che videro la versione di Raffaello che il papa da vicino.
In questo ritratto Raffaello sembra correggere l’aspetto temibile del pontefice, non è più il monarca bellicoso ma un uomo anziano, fragile e umano, con lo sguardo perso nel vuoto, in un momento di introspettiva meditazione. Alle sue spalle lo sfondo vede di una tenda con le insegne delle chiavi, possiamo immaginare che si tratti dell’anticamera impreziosita di tappeti nella quale riceveva i visitatori. Forse è stato lo stesso papa, dopo le numerose sconfitte sul campo, a voler dare una nuova immagine di se, in un momento difficile del suo pontificato.
Ma questo ritratto non lo rappresenta sconfitto e umiliato, le mani ben curate, adornate di anelli, sono ancora energiche, stringono un fazzoletto bianco. La bocca è serrata, le guance cadenti per l’età denotano ancora un volto bello e regolare, lo sguardo, con gli occhi infossati, è rivolto verso il basso, perso nel vuoto come acceso da una luce interiore, in un momento di introspettiva meditazione. Il volto è incorniciato dalla barba grigio dorata che forma una corona di luce intorno al viso. E’ la famosa barba che secondo le cronache dell’epoca lo faceva somigliare ad un orso che si era fatto crescere per penitenza fino a quando non avesse cacciato i francesi dall’Italia.
La gamma cromatica è giocata sui rossi, dal camauro alla mozzetta, fino ai fili dorati dei pennacchi della barba e dei pomelli della sedia, la veste bianca plissettata si alterna ai rossi.
Questo dipinto si inserisce nella fase veneta di Raffaello.
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