Categoria: A spasso con Federica

In piazza Pietro d’Illiria, presso la Basilica di Santa Sabina Sull’Aventino, inserita nel muro di cinta del Parco degli Aranci, si trova una fontana costituita da una vasca di granito e da un mascherone. Uno scalpellino di nome Bartolomeo Bassi nel 1593 scolpì il mascherone che fu usato da Giacomo della Porta per decorare una fontana nel Foro Romano (presso il tempio dei Dioscuri) la cui vasca fu trasportata sotto Pio VII sul Quirinale. La scultura fu utilizzata nel 1827 per decorare la fontana dell’Acqua Lancisana sulla riva destra del Tevere presso il porto Leonino e in seguito, demolita la fontana nel 1890, fu trasferita nei depositi comunali per essere nuovamente utilizzata nel 1936 dal Munoz esattamente dove oggi la vediamo.

 

Foto tratta da www.rerumromanarum.com

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Appuntamento domenica 23 gennaio ore 10.45 in Piazza di Santa Croce in Gerusalemme, davanti alla Basilica. Si visitano con ingresso riservato i resti archeologici del Sessorium, residenza imperiale di III e IV secolo, nel quale visse l’imperatrice Elena, madre di Costantino, il Circo Variano, l’Anfiteatro Castrense, il cosiddetto Tempio di Venere e Cupido. Inoltre è visitabile la parte recentemente scavata di una casa di età imperiale con resti di affreschi parietali dai colori vivaci.

 

 

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Costo della visita euro 10. Costo dell’ingresso: euro 3 a persona (grandi e piccoli).

Prenotazione obbligatoria a info@arttur.it o per sms a Federica (3356525919) o Lara download(3397138467).

 


Appuntamento ore 15 in via XX settembre, 14. Una visita speciale: un gioiello nel sottosuolo della chiesa e del convento delle monache cistercensi di Santa Susanna alle Terme di Diocleziano. I sotterranei che  visiteremo sono stati scavati a partire dalla fine dell’800 rivelando una domus romana del III secolo; Scavi più recenti – nel 1990 in occasione del restauro delle cantine effettuato dalle monache e poi negli anni 2000-  hanno inoltre riportato alla luce numerose strutture appartenenti a tale domus, accessibili dal chiostro del monastero. Resti dell’acquedotto Marcio, mura in opus reticolatum, un antico pozzo romano profondo 20 metri per la presa dell’acqua di falda e pavimentazioni decorate. Meravigliosi ed elegantissimi i mosaici in opus vermiculatum, veri e propri quadretti in mosaico finissimo  incastonati all’interno della pavimentazione.

Il sito viene aperto per noi Sabato 22 gennaio alle ore 15.

 

Costo di partecipazione alla visita euro 18 (comprensivo di prenotazione, biglietto/offerta alle monache /auricolari e visita guidata condotta da un archeologo specialista del sito).

prenotazione al più presto a info@arttur.it o 3356525919/3397138467

 

Domenica 16 gennaio 2022 ore 10.

Appuntamento via Nicola Zabaglia 24. Visiteremo con ingresso speciale il Monte dei Cocci (Monte Testaccio), collina artificiale situata nella zona portuale dell’antica Roma e in prossimità dei magazzini (horrea). Alto 54 metri e con una circonferenza di circa 1 chilometro, il monte è formato esclusivamente da testae, cioè cocci, frammenti di anfore usate per il trasporto delle merci. Questi contenitori venivano scaricati e accumulati dopo essere stati svuotati nel vicino porto fluviale. Secondo gli ultimi studi questa attività venne portata avanti tra il periodo augusteo e la metà del III sec. d.C. Diversamente dalle anfore usate per il trasporto di prodotti agricoli, le anfore olearie non erano riutilizzabili per la rapida alterazione dei residui di olio, così il problema di uno smaltimento rapido, economico, igienico fu risolto con questa insolita “discarica”. Molti frammenti conservano ancora il marchio di fabbrica impresso su una delle anse, altri presentano i tituli picti, note dipinte contenenti varie indicazioni sul contenuto, i controlli, la data consolare.

Pertanto il monte a tutt’oggi si configura come fonte storico-documentaria di prima mano sullo sviluppo economico dell’impero romano, sulle sue relazioni commerciali e sulle abitudini alimentari nell’antichità. Cessata la funzione di discarica, il Monte Testaccio dal periodo medievale inizia ad assumere un ruolo diverso nella storia di Roma come sede di manifestazioni popolari, dai più antichi giochi pubblici (come ad esempio il ludus Testacie, una sorta di corrida) alle note “ottobrate romane” dell’Ottocento. Dopo esser discesi dal monte ci spingeremo a vedere anche anche i resti della Porticus Aemilia.

Ingresso : euro 4 ridotto euro 3; Gratuito con la Mic Card; Costo visita guidata euro 10 , ragazzi fino a 18 anni euro 6; bambini fino a 6 anni euro 1.50;

Prenotazione obbligatoria a info@arttur.it; oppure con sms a 3356525919 (Federica ) o 3397138467 (Lara)

Per la prima volta proponiamo la visita con ingresso speciale al Sepolcro degli Scipioni. Il suggestivo monumento, scavato nel tufo e affacciato su un diverticolo tra la via Appia Antica e la Via Latina, venne realizzato nel III sec.a.C. per volere di Lucio Cornelio Scipione Barbato, capostipite della celeberrima famiglia degli Scipioni. Al suo interno furono sepolti almeno 30 membri della famiglia. Ai primi rinvenimenti del 1614 succedettero ulteriori indagini nel 1780 , nel 1880 e nel 1926. Duranti i lavori di recupero del monumento vennero alla luce anche un grande colombario  e un insula romana del III secolo d.C., realizzata dopo la costruzione delle Mura Aureliane, allorchè il tratto della via Appia in questione divenne interno alla città.

Appuntamento in via di Porta San Sebastiano 11. Ingresso euro 4. Gratuito con la Mic Card. Prenotazione obbligatoria a info@arttur.it; per whatsapp a 3356525919 (Federica) o 339713467 (Lara). Sono disponibili solo pochissimi posti. Costo della visita guidata euro 10 grandi e piccoli!

Si visita la splendida Villa di Papa Giulio III, realizzata nella valle tra il 1550 e il 1555 dagli architetti Vignola e Ammannati con la probabile supervisione dello stesso Michelangelo e del Vasari.  Il meraviglioso giardino, dove ogni anno viene organizzato il Premio Strega, l’elegantissimo e raffinato ninfeo e il tempio di Alatri ricostruito nelle sue dimensioni reali. All’interno della Villa si trova la collezione più significativa dell’arte Etrusca, con particolare riferimento all’area dell’Etruria Meridionale, compresa tra il fiume Tevere e l’Arno.

Tra i capolavori celebri in tutto il mondo il Sarcofago degli Sposi, l’Apollo di Veio, la Cista Ficoroni, l’Olpe Chigi, la tomba del “Letto funebre” di Tarquinia le cui pitture parietali distaccate sono state trasferite all’interno del Museo. Inoltre  vedremo le laminette d’oro di Pyrgi, una ricchissima collezione di vasi greci a figure nere e rosse e la meravigliosa collezione degli ori Castellani rocambolescamente recuperati dopo il furto del 2013.

Sperando di fare cosa gradita per venire incontro alle esigenze di tutti proponiamo i seguenti appuntamenti all’ingresso del Museo in Piazzale di Villa Giulia,9

venerdi 3 dicembre pomeriggio ore 17;

sabato 4 dicembre mattina ore 10.30;

Vi ricordiamo che dobbiamo fare dei gruppi contenuti, che all’interno del Museo si dovrà indossare la mascherina e che è indispensabile esibire all’ingresso il green pass.

Costo del biglietto di ingresso per adulti euro 10. Per ragazzi sotto i 18 anni gratuito.

Per ragazzi universitari tra i 18 e i 25 anni euro 2.

Costo della visita guidata euro 10 (comprese le radioline) euro 6 per i ragazzi fino a 14 anni; euro 1.50 per i bambini fino a 6 anni.

 

 

 

 

 

Dopo la fortunata battaglia di Azio del 31 a.C. contro Marco Antonio alleato con Cleopatra, Ottaviano torna a Roma avendo a disposizione infiniti mezzi finanziari per realizzare il suo piano urbanistico in Campo Marzio. Nell’anno del suo sesto consolato, all’età di 35 anni, Ottaviano Augusto fa realizzare il suo sepolcro “dinastico”, il più grande monumento funerario circolare romano giunto fino a noi (90 metri di diametro), vicino al Tevere, nella zona più a nord del Campo Marzio settentrionale, per essere visibile facilmente da tutta la città. Nel 23 a.C. muore a Baia a soli 19 anni Marcello, il nipote prediletto di Augusto, il figlio di sua sorella Ottavia, sposo di sua figlia Giulia e successore designato. Egli fu il primo ad essere sepolto nel Mausoleo, che evidentemente per quella data doveva essere per lo meno quasi completato. Il desiderio del princeps di autocelebrarsi alla stregua di un sovrano ellenistico  si concretizza e perfeziona negli anni successivi con la costruzione di un intero complesso costituito dall’Horologium solare (realizzato nel 13 a.C. e di cui oggi ammiriamo l’ obelisco in Piazza di Montecitorio) e dall’Ara Pacis (un tempo lungo la via Lata/del Corso, oggi ricostruita sul Lungotevere in Augusta). Abilmente, come era suo talento, Augusto fonde la tradizione etrusco italica della tomba a tumulo col modello ellenistico del Mausoleo di Alicarnasso, che esplicitamente rimandava ad un concetto di sovrano-divino. L’elemento centrale dell’edificio, la camera funeraria, sosteneva la statua bronzea di Cesare Augusto, come ci ricorda Strabone (Geografia, V, 3, 2-13). Forse l’Augusto di Prima Porta ne sarebbe una copia marmorea. Unica via di accesso al sepolcro era un dromos alto 12 metri , voltato a botte e ancora oggi molto ben conservato. All’ingresso era, inciso in bronzo, il testo delle Res Gestae Divi Augusti, un dettagliato resoconto delle proprie imprese dettato dallo stesso Augusto,  il cui originale romano è andato perduto (si conserva invece il testo bilingue sulle pareti dell’Augusteum di Ankara) ma di cui possediamo una magnifica copia moderna e iscritta in lettere di bronzo su una parete del recinto dell’Ara Pacis.

Federica Carpinelli

 

Bibliografia: N.Agnoli-E.Carnabuci-E.M.Loreti, Mausoleo di Augusto e piazza Augusto Imperatore. Indagini archeologiche (2007-2010) in BCom,CXV,2014,pp.289-296.

Un’occasione veramente unica di godere della bellezza e della preziosità delle raccolte vaticane senza il sovraffollamento caratteristico degli ultimi anni.  In attesa che il turismo torni ai suoi consueti standard, vi invitiamo ad approfittare della insolita circostanza. Visiteremo la collezione di arte antica nel Museo Pio Clementino, le Gallerie delle Carte Geografiche, degli Arazzi, le Stanze di Raffaello e la Cappella Sistina. Inoltre, dopo ben 5 anni di restauri potremo ammirare di nuovo la Sala di Costantino con i celebri affreschi di Giulio Romano, che raccontano la storia del primo imperatore cristiano. Durante i recenti lavori  è stata definita l’attribuzione a Raffaello delle due splendide personificazioni della Comitas e Iustitia. In occasione del cinquecentenario della morte di Raffaello è stata anche nuovamente allestita la sala dedicata alle opere dell’urbinate. La Trasfigurazione, la Pala Oddi e la Madonna di Foligno, oltre agli splendidi Arazzi tessuti nelle Fiandre nella bottega diu Peter Van Aelst per il Papa Leone X Medici, sono visibili in una nuova luce e collocazione.

Il costo del biglietto, (eccezionalmente senza il costo aggiuntivo della prenotazione) è di euro 17 e naturalmente è comprensivo dell’ingresso alla Cappella Sistina. Per ragazzi fino a 18 anni il biglietto ridotto è di euro 8. Gratuito fino a 6 anni. Il costo dell’apparecchio radioricevente è di euro 1.50 a persona.

Il biglietto va acquistato esclusivamente on line da parte vostra sul sito ufficiale dei Musei Vaticani al seguente link:

https://tickets.museivaticani.va/home/calendar/visit/Biglietti-Musei;  dovrete selezionare la data, l’orario e il numero di biglietti per persone adulte o ragazzi che intendete acquistare.

Il costo della visita guidata è di euro 10 + l’auricolare (euro 1.50 a persona). Per i ragazzi fino a 14 anni il costo della visita guidata è di euro 8 piu l’auricolare. Prenotazione obbligatoria a info@arttur.it o con messaggi a 3356525919 (Federica) o al 3397138467 (Lara)

Alla fine del 1800 Roma viva una stagione di grande trasformazione urbanistica. Per il “pubblico interesse” della nuova Capitale d’Italia si giustifica la necessità di demolire e far posto a nuovi edifici. In questa fase, naturalmente, le scoperte archeologiche e i rinvenimenti di ogni genere si moltiplicano. La documentazione relativa per forza di cose scarseggia, non tiene il passo con il volume di scavi e reperti che vengono alla luce senza sosta. Rodolfo Lanciani, protagonista e testimone di questo periodo straordinario, nel 1886, all’Accademia dei Lincei dirà di temere di “essersi lasciata sfuggire un’occasione che non è per tornare, che è perduta per sempre”. La zona di “Prati di Castello” era pressochè inalterata dal Rinascimento, occupata da vigne e rari edifici sulla sponda del Tevere. Qui verrà demolito il recinto pentagonale di Castel Sant’Angelo e le sue fortificazioni medievali, si amplierà il letto del fiume con relativa sistemazione degli argini. Nascerà il 

nuovo quartiere Prati.  Qui, nel 1889 fervono i lavori per la costruzione del ponte Umberto I, sotto la guida dell’Ufficio tecnico speciale del Tevere nato per seguire la grande opera di bonifica e per costruire il Palazzo di Giustizia affidato all’ingegner Calderini. Il Comune acquista per queste nuove esigenze un’area militare ed espropria diversi edifici privati. Alcune strutture murarie antiche che in questa occasione vengono rinvenute sono documentate dal Calderini in maniera dettagliata ma senza possibilità di lettura interpretativa.  Il Lanciani rileva le scoperte ma probabilmente troppo tardi quando alcuni muri non sono più visibili. Egli stesso lamenta l’impossibilità di conciliare l’attività edilizia con la ricerca storica ed archeologica.  Lungo il lato nord del Palazzo di Giustizia si estende in direzione nord sud un porticato con tabernae. 

Sul Lato sud Calderini documenta una serie di muri e costruzioni. Sul  lato est, il 10 maggio del 1889, vengono rinvenuti due sarcofagi appartenenti alla stessa famiglia come risulta dalle iscrizioni: i personaggi sono Crepereia Tryphaena e suo padre Crepereius Euhodus. I due sarcofagi erano sistemati l’uno accanto all’altro, come in un’unica sepoltura per due. La stessa decorazione, presente solo solo sui due lati brevi affiancati e su un lato lungo, e quella del coperchio ora perduto lasciava pensare ad una sistemazione contemporanea delle due sepolture in una sorta di monumento unico. Lanciani le descrive come deposte nel fondo di un pozzo ma Calderini  nel suo rilievo descrive un edificio che prende la forma di un angolo retto proprio dove i sue sarcofagi furono rinvenuti. E’ possibile che ci sia stato qualche errore o imprecisione al momento dei ritrovamenti. 

La scoperta è comunque eccezionale e chiama sul posto gli esperti del Comune. Il recupero viene fatto con grande attenzione. Il 12 maggio si apre il sarcofago di Crepereia, all’interno, per quanto ancora sigillato, era penetrata dell’acqua e si erano formate delle alghe dai lunghissimi filamenti color ebano.

“Tolto il coperchio e lanciato uno sguardo sul cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua”. La suggestione di questo ritrovamento quasi prodigioso fu immensa, l’esumazione della fanciulla fu realizzata con solenni onori. Giovanni Pascoli compose per l’occasione una poesia in latino in strofe saffiche che donò in occasione delle nozze alla figlia dell’onorevole Benzoni allora Ministro della Pubblica Istruzione e suo amico a Roma.

Il poeta immagina di assistere alla scoperta. Rievoca la cerimonia funebre per la giovinetta, gli sembra di rivivere l’amore del promesso sposo, il cui nome era Filetus, come sembrerebbe potersi dedurre dall’analisi del corredo.

 

… Vitrea Virgo sub aqua latebas/at comans summis adiantus undis/nabat. An nocti dederas opacae/spargere crinis?…(Giovanni Pascoli, Crepereia Tryphaena 1893; Poematia et Epigrammata-Poesie minori) …”Ti nascondevi o fanciulla, nell’acqua trasparente, e sull’onda nuotavano i tuoi capelli di felce. Avevi concesso alla notte oscura il privilegio di scioglierli?…”

All’interno del sarcofago venne ritrovato un vero tesoro, oggi esposto presso la Centrale Montemartini, in Roma. Lo scheletro della fanciulla era perfettamente intatto,  vicino a lei i suoi gioielli di ragazza, una corona con fermaglio d’argento con cui probabilmente era stata sepolta e infine una bambola dalle articolazioni mobili, che inizialmente sembrò essere di legno di quercia o di ebano e dopo il restauro si rivelò di avorio. Un piccolissimo cofanetto rivestito di lastrine di avorio conteneva i gioielli e gli oggetti (pettinini, specchietti) della bambola che a sua volta indossava al pollice della mano sinistra un anello con un ciondolino a forma di chiave. La piccola chiave del suo cofanetto.

Dal nome della fanciulla e di suo padre, Tryphaena e Euhodus, di sicura origine greca, si deduce che entrambi appartenevano ad una famiglia di liberti. Crepereia aveva circa 20 anni e probabilmente era una promessa sposa. Uno degli anellini del corredo aveva un castone di corniola con la rappresentazione di due mani che si stringono (segno nuziale) e l’altro portava  il nome di  Filetus, il promesso sposo,  ricavato nel cammeo.  I dati cronologici più chiari ci vengono senz’altro dall’analisi della bambola e della sua acconciatura, estremamente curata e derivante da una sorta di fusione tra elementi propri dell’epoca di Faustina Maggiore e acconciature dell’epoca di Faustina Minore. All’epoca e allo stile della prima,  moglie di Antonino Pio morta nel 141 d.C. , riconduce la complessa pettinatura formata da piccole trecce che vanno a raccogliersi sulla sommità del capo. Alla moda “innovativa” adottata da Faustina Minore dopo il 150 d.C. riporta invece l’acconciatura visibile frontalmente, con capelli spartiti sulla fronte e divisi morbidamente ai lati del viso a coprire le orecchie. La raffinatezza artistica del ritratto, il sistema delle articolazioni, la perizia e la padronanza tecnica esibite rendono la bambola un’opera eccezionale

Ci può stupire che un giocattolo venisse posto vicino ad una fanciulla ormai in età di matrimonio. Forse il deporre un oggetto collegato all’infanzia nella sepoltura aveva principalmente un valore simbolico-religioso di offerta alle divinità protettrici dell’infanzia da parte di fanciulli e fanciulle in procinto di abbandonare l’adolescenza. Allo stesso periodo, cioè all’età Antonina, agli anni successivi al 150 d.C, riportano i dettagli della lavorazione a rilievo del lato breve del sarcofago della fanciulla. 

Si tratta di una delicata e mesta scena di compianto funebre che mi sembra richiamare con evidenza la tipologia espressa, pur con maggiore raffinatezza e padronanza, nel rilievo in marmo pentelico esposto in Palazzo Altemps, noto come “Nova nupta” e interpretato solitamente come rappresentazione del mito di Ifigenia. L’eroina, figlia di Agamennone, viene preparata per le nozze con Achille, ma in realtà il suo destino è il sacrificio agli dei. Ad un medesimo modello, seppure in maniera non altrettanto esperta, mi sembra riporti sia il velario sullo sfondo, che anche la compostezza delle figure e in generale l’atmosfera di dolore evocata. Anche il rilievo di Palazzo Altemps, particolarmente noto ed amato durante il Rinascimento tanto da aver

Raffaello, 1514. Firenze, Galleria degli Uffizi.

ispirato lo stesso Raffaello, costituiva il lato breve di un sarcofago e rimandava con molta probabilità ad una scena nuziale sommessa e triste, come sommesso e triste doveva essere anche per chi preparò il sarcofago per Creperieia, il riferimento al matrimonio probabilmente mai avvenuto della fanciulla.

Per sarcofagi  e corredo a lungo non ci fu pace. Fino al 1928 furono esposti al Palazzo dei Conservatori; dal 1929 furono presso l’Antiquarium Comunale del Celio. Nel 1939 ci fu il parziale sgombro dell’Antiquarium, quindi i sarcofagi con il corredo tornarono nei depositi dei Musei Capitolini. Nel 2016 viene infine assegnata ai reperti la collocazione attuale. 

(Federica Carpinelli)

 

Per approfondimenti: Anna Mura Sommella, Scoperte archeologiche: “Crepereia Tryphaena” in www.cortedicassazione.it; Eugenia Salza Prina Ricotti: Giochi e Giocattoli (Vita e Costumi dei Romani antichi, 18), 1995 -edizioni Quasar; AA.VV. Palazzo Altemps, le collezioni: pp.160-1, 2014 -Electa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ingegner Guglielmo Calderini

 

Ingegner Guglielmo Calderini

Raffaello muore il 6 di aprile del 1520. L’umanista veneto Marcantonio Michiel nel suo resoconto redatto all’indomani del triste evento esprime come il cordoglio nel mondo della cultura sia unanime ma anche come già ci si stia preparando per ricordare degnamente l’artista con “accurate compositioni”. Se ne deduce che immediatamente ci sia l’impegno da parte dei letterati a sublimare poeticamente quello sconforto che tutti aveva colto. Probabilmente poi la richiesta da parte del pontefice Leone X di un’iscrizione da collocare presso la tomba del pittore determinò come risposta una sorta di certamen poetico, un vero fiorire di composizioni. Il vincitore di questa singolare gara fu l’epitaffio scritto secondo il Vasari da Pietro Bembo, umanista veneziano entrato al servizio di papa Leone X per la sua riconosciuta cultura e sostenitore di un intransigente ciceronianesimo nell’ambito delle lettere latine. Il testo da lui composto recita:

A Raffaello Sanzio, urbinate, figlio di Giovanni, pittore straordinario e rivale degli antichi, le cui quasi vive figure qualora tu contempli, facilmente vi potrai scorgere l’accordo dell’arte e della natura. Con capolavori di pittura e architettura accrebbe la gloria dei papi Giulio II e Leone X. Visse trentasette anni, integro, interi. Nel giorno in cui nacque, in quello ha cessato di essere. Il 6 di aprile (7 giorni prima delle Idi di Aprile) del 1520

Il distico elegiaco finale (due versi formati da un esametro e da un pentametro), meraviglioso capolavoro del latino umanistico, capace di condensare eppure di esprimere compiutamente la profondità e l’universalità del sentimento fu inciso infine sulla sua lapide e ancora oggi viene letto sul coperchio del sarcofago che conserva “ossa e ceneri” di Raffaello all’interno del Pantheon.

ILLE HIC EST RAPHAEL TIMUIT QUO SOSPITE VINCI

RERUM MAGNA PARENS ET MORIENTE MORI

Qui giace proprio quel Raffaello, mentre era in vita il quale, la Gran Madre di tutte le cose temette di essere da lui vinta, e una volta morto temette di morire con lui.

Versi che corrono agili al principio dove si presenta in veloci dattili la grandezza attiva di Raffaello da vivo, il timore della Natura Madre di essere da lui vinta e che rallentano adagiati e composti nella seconda parte introdotta da solenni spondei per chiudersi con una doppia ripetizione del verbo “morire”.