Autore: Lara Moccia

Di tutta la produzione pittorica rinascimentale, quello che prediligo di più sono i ritratti. Rimango sempre affascinata davanti Museo di Capodimonte, Napoli.ai protagonisti delle tele, ho notato che mi soffermo di più su quei visi che davanti alle opere sacre o mitologiche. Quello che mi colpisce è vedere come alcuni pittori riescano, attraverso i colori, a rendere le pose, i gesti, le fisionomie degli effigiati, restituendo allo spettatore la loro presenza fisica, il loro carattere e la loro umanità.
Molti di questi ritratti sono di personaggi illustri, che hanno fatto la storia del nostro tempo e sono fortemente legati alla città di Roma e alle sue storie quotidiane.

Volevo ripercorrere alcune delle vicende dalla famiglia Farnese attraverso quattro bellissimi ritratti di Tiziano, da sempre considerato uno dei massimi ritrattisti dell’epoca.

 

Voglio iniziare da Ranuccio Farnese (questa foto l’ho scattata io alla National Gallery di Washington lo scorso novembre).
Questo dipinto era stato prestato alle Scuderie del Quirinale quando nel 2013 ci fu la grande mostra dedicata al maestro veneziano. Con Federica avevamo organizzato delle visite e forse qualcuno di voi se lo ricorda. Quello che è subito evidente in questo caso è che si tratta di un giovane ragazzo, un adolescente, di alto rango visto il suo abbigliamento. Indossa un farsetto rosso di fattura sartoriale con una serie di ricami su cui s’infrange la luce. Sopra l’abito è posato un elegante, e forse troppo ampio per l’esile fanciullo, robone, su cui in evidenza riconosciamo la croce di Malta. Questa ci ricorda che all’età di soli 4 anni, quando il nonno diventa papa, Ranuccio viene nominato priore di San Giovanni de’ Furlani a Venezia, chiesa gestita dai cavalieri di Malta. Tiziano esegue il ritratto per conto del vescovo di Brescia, che nel luglio del 1542 aveva accompagnato Ranuccio a Venezia allo scopo di consolidare i rapporti con il patriziato locale e soprattutto quelli con l’ordine gerosolimitano; il vescovo voleva poi farne un omaggio alla madre di Ranuccio, Gerolama Orsini. La bravura di Tiziano sta tutta nel trasportare sulla tela i caratteri del giovane; i nostri occhi si soffermano su questo volto così tenero, fragile, irrequieto, è come se il dodicenne a fatica riesca a mantenere la posa richiesta dal pittore.
Ma chi era questo fanciullo così fortunato, che a soli 12 anni, indossando l’abito dei cavalieri di Malta, viene ritratto dal grande Tiziano? Abbiamo detto che Ranuccio era il nipote di un papa, Paolo III Farnese, eletto al soglio pontificio nel 1534. Questo importante pontefice della Roma Rinascimentale l’abbiamo nominato più volte durante le nostre passeggiate. Era il cardinale Alessandro Farnese e le cronache dell’epoca ci raccontano che ricevette la sua nomina cardinalizia grazie alla bellezza avvenente della sorella, che i romani chiamavano “Giulia bella”: vi ricordate di chi era l’amante? (Di Alessandro VI Borgia). E’ il papa dell’imponente palazzo, appunto Farnese, dietro Campo dei Fiori, il più grandioso edifico dell’epoca, un palazzo che noi romani purtroppo possiamo ammirare solo dall’esterno, essendo la sede dell’ambasciata di Francia, motivo per cui ci è preclusa la visita degli appartamenti che ospitano il grande capolavoro di Annibale Carracci.
Dunque Ranuccio, che era nato nel castello di Valentano – la famiglia veniva proprio dalla zona del viterbese- era il nipote di questo papa. Lo sappiamo essere il suo nipote preferito: il nonno investì tanto sulla sua educazione, e tra i suoi precettori c’era anche il famoso Giovanni della Casa. Personaggio sincero e onesto, docile e gentile, che visse all’ombra dell’altro fratello, il cardinale Alessandro, era una perla rara all’interno di questa famiglia; inoltre sembrava impossibile che il padre fosse il ripugnante Pierluigi Farnese, figlio del papa, qui nel ritratto di Tiziano
                                         

 

                                                 Museo di Capodimonte, Napoli, 1546 ca. 

Se la zia Giulia era stata considerata la dama più bella dell’epoca, lui era piuttosto brutto. Iracondo e di indole crudele, in questo ritratto, all’età di circa 43 anni, lo vediamo che indossa l’armatura; come mercenario, infatti, era stato al servizio della Repubblica di Venezia per poi passare nelle truppe di Carlo V e senza scrupoli, al fianco dei Lanzichenecchi, che nel 1527 saccheggia Roma. Fu un uomo violento e sodomita, per tutta la vita ricorse alla prepotenza e alla cattiveria senza scrupoli, godendo sempre della protezione dell’illustre genitore. Ed è questo ciò che emerge dal suo ritratto: il volto è scavato dalla febbre malarica che aveva contratto anni prima, la barba lunga, gli occhi infossati, duri e spietati, la fronte alta e l’atteggiamento di chi è abituato a comandare. Grazie al papa fu nominato duca di Parma e Piacenza, ma era odiato dai nobili e anche il popolo non aveva simpatia per quest’uomo arrogante. L’unica persona che gli rimase sempre fedelmente al fianco fu la moglie Gerolama Orsini, che i romani chiamavano “l’Orsa”. Morì violentemente così come era vissuto, fu pugnalato a morte in una congiura nella città di Piacenza. Pensate che da un personaggio così violento e dissoluto nacquero cinque figli, tra cui Ranuccio che abbiamo già visto ritratto dai pennelli di Tiziano, e il “Gran Cardinale” come veniva chiamato il fratello, Alessandro Farnese, che prese il nome dal nonno, “Gran” per distinguerlo proprio da Ranuccio dopo che anch’egli venne nominato cardinale. I Farnese, come tanti altri, stavano gettando le basi per un secondo papato.
Anche di Alessandro Farnese abbiamo un ritratto di Tiziano,

Museo di Capodimonte, Napoli

 

Il Gran Cardinale è rappresentato a più di mezzo busto, la sua figura emerge dallo sfondo con il rosso intenso della mantella, ripreso anche dal berretto a tre punte. Ė di tre quarti verso lo spettatore, lo sguardo acuto e intelligente, denota un atteggiamento distaccato, molto diverso dall’arroganza del padre. Il viso giovane- aveva venticinque anni – è quello di un uomo bello, dal fisico snello e atletico. Diventa cardinale a soli 14 anni e nel corso della sua vita ricoprirà importanti incarichi ecclesiastici; sappiamo che era ricchissimo, possedeva numerosi palazzi e terreni. La sua ambizione, come tutti i cardinali nipoti di papi, era di salire al soglio pontificio.
Era il primogenito di Pierluigi e di Gerolama Orsini, fu un colto e raffinato umanista e accolse attorno a sé una ricca corte di eruditi e intellettuali. Nelle nostre visite abbiamo già incontrato il cardinale Farnese, quando con Federica siamo andati, con un permesso speciale, a visitare il palazzo della Cancelleria. Ė lui che ha commissionato a Giorgio Vasari la Sala dei Cento Giorni; nel 1535 viene nominato cancelliere, e tra le sue proprietà c’è anche questo splendido palazzo. Il suo nome è legato a un altro grandioso palazzo, fuori Roma, a Caprarola. (Ultimamente il palazzo è stato restaurato, prima o poi potremo organizzare una visita anche lì). In realtà la costruzione era stata iniziata da Paolo III come fortezza e l’architetto Sangallo l’aveva progettato a forma di pentagono. Il cardinale Alessandro la fa ristrutturare in una sfarzosa villa con giardino terrazzato. Il gran Cardinale morì nel palazzo della Cancelleria nel 1589 all’età di 69 anni, senza aver mai soddisfatto la sua ambizione di diventare papa. Le sue spoglie, insieme a quelle del fratello Ranuccio e del padre, si trovano in una delle chiese sulla piccola isola Bisentina nel suggestivo lago di Bolsena. Aggiungo anche che l’isola, privata, è stata per un lungo periodo chiusa al pubblico e ora sembrerebbe che i nuovi proprietari siano intenzionati a farla visitare.

 

        Ritratto di Paolo III con i nipoti, Museo di Capodimonte, Napoli.

Ė straordinario come Tiziano sia riuscito in questo ritratto di famiglia a rappresentare uno spaccato della corte pontificia, fondata su servitù e intrighi, poteri e ricatti. Al centro si vede il vecchio papa, in là con gli anni, molto diverso dall’uomo con lo sguardo fermo ritratto sempre da Tiziano pochi anni prima.                                                 Il papa è seduto al centro, la sua è una figura appesantita non solo dagli anni ma anche dalla veste foderata di pelliccia maculata, come si evince da una manica. Al suo fianco i due nipoti: il Cardinale Alessandro, in piedi, guarda fiero verso di noi, sulla destra Ottavio suo fratello. Quest’ultimo sembra appena comparso nella stanza, il pontefice si gira verso di lui, è fasciato nella calzamaglia, fa un inchino ossequioso e reverenziale, di chi è ben consapevole delle regole gerarchiche di corte a cui è costretto a sottomettersi, almeno nelle apparenze, alle quali è però pronto a ribellarsi.

Paolo III divenne pontefice all’età di 66 anni; si racconta che poco prima del conclave si facesse vedere malato per indurre il collegio cardinalizio alla sua nomina: anche gli ambasciatori pensarono che sarebbe durato molto poco, invece il suo fu un pontificato lungo, ben quindici anni.
Nato anche lui nel castello di Valentano, Ottavio, che posa insieme al nonno, era il quinto nipote, anch’egli figlio di quel famigerato Pierluigi. Sarà costretto a sposare Margherita d’Austria, figlia naturale dell’imperatore Carlo V. Le loro nozze, nel 1538, saranno celebrate nella Cappella Sistina: pensate che Margherita aveva 16 anni e Ottavio solo 14 e per lei si trattava addirittura del secondo matrimonio, in quanto a 12 anni era già andata in sposa al duca Alessandro de’ Medici, che venne poi assassinato dal cugino. Quindi Margherita così piccola si ritrova presto pure vedova. Da Alessandro de’ Medici aveva avuto in eredità il palazzo a Roma dove abitò per un certo periodo; oggi lo conosciamo bene perché è la sede del Senato della Repubblica Italiana e il nome Palazzo “Madama” viene proprio dal soprannome che i romani diedero alla fanciulla. Anche se così giovane, Margherita si era ben ambientata nella ricca corte fiorentina e questo suo secondo marito, imposto sempre da convenzioni sociali e politiche, non era all’altezza delle sue aspettative. I Farnese ai suoi occhi non splendevano come i Medici e per tutta la vita disprezzò quel marito che vedeva rozzo e goffo. Da lui ebbe due gemelli, e questo rinsaldò ancora di più almeno al momento il legame tra i Farnese e l’imperatore.

 

Per maggiori approfondimenti rimando al bel libro di Francesca Giurleo “La Famiglia Farnese. Il Ducato di Castro tra storia e leggenda (1537-1649)”, edizioni Archeoares

Ritratto di Bindo Altoviti di Raffaello

Volevo raccontarvi di questo dipinto che mi è capitato un po’ per caso di vedere alla National Gallery di Washington lo scorso Dicembre. Appena entrata nel museo sono andata a cercare la famosa Madonna d’Alba di Raffaello, che è in mostra alle Scuderie del Quirinale. Nella sezione dedicata alle opere italiane, il Museo è enorme e si affaccia su un lunghissimo rettilineo chiamato The National Mall, sono poi rimasta affascinata da questo ritratto che non conoscevo. Ho fatto un po’ di ricerche, in realtà non c’è molto, e ho messo insieme queste notizie più una mia descrizione dell’opera.
Ho scoperto che questo bellissimo ritratto, a mio avviso di eccezionale qualità pittorica, non riconosciuto da tutti gli studiosi come opera di Raffaello, viene citato nelle Vite del Vasari che dice questo “ a Bindo Altoviti fece il ritratto suo quand’era giovane”. Mi ha colpito il nome Bindo Altoviti e ho scoperto che era, all’epoca, un giovane banchiere esponente di una ricca e prestigiosa famiglia di banchieri fiorentini in esilio a Roma per la loro opposizione ai Medici. A quanto pare Bindo Altoviti fu una figura di spicco tra i mecenati del Rinascimento, era un uomo d’affari colto e raffinato e fu amico di numerosi artisti, tra cui Raffaello a cui commissiona la Madonna dell’Impannata, anche questa è stata portata in mostra alle Scuderie del Quirinale. Molto probabilmente i due si conoscono a Roma, quando Raffaello era all’apice della sua carriera, e il banchiere, facendo un rapido calcolo, doveva avere circa 21/25 anni.
Raffaello lo ritrae di spalle con la testa girata e lo sguardo puntato verso lo spettatore, indossa un’elegante mantello blu aperto sulle maniche, con una scollatura sulla schiena che lascia intravedere un bordo di una camicia candida e la pelle rosata. In testa ha un berretto nero, che non nasconde la fronte, alta e luminosa, da cui scende una lunga chioma bionda che all’altezza del collo si divide in due ciocche, dando un aspetto sensuale alla figura. Il volto emerge dall’ombra dello sfondo e mette in evidenza le labbra carnose del giovane e una parte della guancia su cui il pennello di Raffaello evidenzia un accenno di basette e di peluria all’angolo del labbro sinistro.
Ho poi scoperto che Bindo Altoviti muore a Roma nel 1557 e abitava in un palazzo, da lui fatto costruire, lungo il Tevere all’altezza di Ponte S. Angelo. Purtroppo la sua residenza andò completamente distrutta durante la costruzione degli argini del fiume. Di tutto l’immobile si salvò solo la loggia del pianterreno, decorata con stucchi e dipinti dal Vasari, ed è stata ricomposta a Palazzo Venezia. Mi ricordo infatti che con Federica, durante uno dei nostri sopralluoghi, avevamo visto questo particolare ambiente ricostruito in una sala del museo e avevamo letto il nome del committente Altoviti, dopo queste ricerche sono contenta di poterlo associare a questo bellissimo ritratto.

 

 

 

 

 

La morte di Raffaello

“Lasciando questa corte in grandissima et universale mestitia” con queste parole Pico della Miranda avverte la sua signora Isabella d’Este della morte di Raffaello.
Raffaello morì a Roma il 6 Aprile del 1520 il giorno stesso in cui era nato, il 6 Aprile del 1483, entrambi erano un venerdì Santo, la sua morte, come citato nella lettera, lasciò tutti in grande sconcerto, un cordoglio generale e una tristezza diffusa tra umanisti e semplici cittadini. Ad accentuare la portata dell’evento nefasto lo stesso giorno si verificò un problema statico nei palazzi Vaticani che fu interpretato come la scossa di terremoto che spezzò le rocce al momento della morte di Cristo.
Secondo Vasari la sua morte fu dovuta ad una “grandissima febbre” mal curata che si protrasse per otto giorni, dovuta, secondo l’aretino agli eccessi amorosi a cui si era dedicato durante il Carnevale romano, si trattò molto probabilmente di un’infezione polmonare dovuta ad un sovraccarico di lavoro e alle tante ore spese negli umidi ambienti delle rovine romane che stava studiando. Le sue condizioni si aggravarono subito e lui stesso prese la decisione di far testamento sul letto di morte. Lasciò come suoi eredi i due allievi prediletti, Giulio Romano e Giovan Francesco Penni e lasciò anche una somma di millecinquecento ducati in oro per la sua sepoltura .Le sue esequie si tennero il giorno dopo, non si poteva infatti celebrare il funerale la Domenica di Pasqua, la salma fu accompagnata da cento torce portate da pittori e fu tumulato, come da sue disposizioni, nel Pantheon. Nonostante il poco tempo a disposizione il tutto si svolse come un funerale di stato in grandissima pompa, lo stesso avvenne pochi giorni dopo, l’11 Aprile, per la morte del suo amico Agostino Chigi.
Della sua tomba nel corso dei secoli si persero le tracce fino al 1833 quando su iniziativa dei Virtuosi del Pantheon si cominciò a scavare e solo dopo 5 giorni di lavori, sotto l’edicola della Madonna del Sasso del Lorenzetto, citata dal Vasari, emerse una cassa di legno d’abete nel cui interno fu ritrovato lo scheletro di Raffaello. Dopo il riconoscimento anatomico, i resti vennero messi in una cassa di pino sistemata all’interno di un sarcofago del I sc. d.C. donato da papa Gregorio XVI, proveniente dai Musei Vaticani.