Categoria: A spasso con Federica

Dopo tre mesi di chiusura, i Musei Vaticani finalmente riaprono al pubblico! Sarà un’occasione veramente unica di godere della bellezza e della preziosità delle raccolte vaticane senza il sovraffollamento caratteristico degli ultimi anni.  In attesa che il turismo torni ai suoi consueti standard, vi invitiamo ad approfittare della insolita circostanza. Dopo anni di restauri è stata infine riaperta tutta la Sala di Costantino con i celebri affreschi di Giulio Romano, che raccontano la storia del primo imperatore cristiano. Durante i lavori inoltre è stata definita l’attribuzione a Raffaello delle due splendide personificazioni della Comitas e Iustitia. In occasione del cinquecentenario della morte di Raffaello è stata anche nuovamente allestita la sala dedicata alle opere dell’urbinate. La Trasfigurazione, la Pala Oddi e la Madonna di Foligno, oltre agli splendidi Arazzi tessuti nelle Fiandre per il Papa Leone X, sono visibili in una nuova luce e collocazione.

I Musei sono visitabili in piccoli gruppi di massimo 10 persone. Il costo del biglietto, (eccezionalmente senza il costo aggiuntivo della prenotazione) è di euro 17 e naturalmente è comprensivo dell’ingresso alla Cappella Sistina. Siamo a disposizione per accompagnarvi nella vostra visita guidata ogni giorno. Qualora lo desideriate offriamo la possibilità del tour sharing sull’orario da voi prescelto per permettervi di condividere i costi  della visita con altri visitatori. Per informazioni vi invitiamo a contattarci per e-mail a info@arttur.it oppure per telefono al 3356525919 (Federica) o 3397138647 (Lara) anche whats app.

Alla fine del 1800 Roma viva una stagione di grande trasformazione urbanistica. Per il “pubblico interesse” della nuova Capitale d’Italia si giustifica la necessità di demolire e far posto a nuovi edifici. In questa fase, naturalmente, le scoperte archeologiche e i rinvenimenti di ogni genere si moltiplicano. La documentazione relativa per forza di cose scarseggia, non tiene il passo con il volume di scavi e reperti che vengono alla luce senza sosta. Rodolfo Lanciani, protagonista e testimone di questo periodo straordinario, nel 1886, all’Accademia dei Lincei dirà di temere di “essersi lasciata sfuggire un’occasione che non è per tornare, che è perduta per sempre”. La zona di “Prati di Castello” era pressochè inalterata dal Rinascimento, occupata da vigne e rari edifici sulla sponda del Tevere. Qui verrà demolito il recinto pentagonale di Castel Sant’Angelo e le sue fortificazioni medievali, si amplierà il letto del fiume con relativa sistemazione degli argini. Nascerà il 

nuovo quartiere Prati.  Qui, nel 1889 fervono i lavori per la costruzione del ponte Umberto I, sotto la guida dell’Ufficio tecnico speciale del Tevere nato per seguire la grande opera di bonifica e per costruire il Palazzo di Giustizia affidato all’ingegner Calderini. Il Comune acquista per queste nuove esigenze un’area militare ed espropria diversi edifici privati. Alcune strutture murarie antiche che in questa occasione vengono rinvenute sono documentate dal Calderini in maniera dettagliata ma senza possibilità di lettura interpretativa.  Il Lanciani rileva le scoperte ma probabilmente troppo tardi quando alcuni muri non sono più visibili. Egli stesso lamenta l’impossibilità di conciliare l’attività edilizia con la ricerca storica ed archeologica.  Lungo il lato nord del Palazzo di Giustizia si estende in direzione nord sud un porticato con tabernae. 

Sul Lato sud Calderini documenta una serie di muri e costruzioni. Sul  lato est, il 10 maggio del 1889, vengono rinvenuti due sarcofagi appartenenti alla stessa famiglia come risulta dalle iscrizioni: i personaggi sono Crepereia Tryphaena e suo padre Crepereius Euhodus. I due sarcofagi erano sistemati l’uno accanto all’altro, come in un’unica sepoltura per due. La stessa decorazione, presente solo solo sui due lati brevi affiancati e su un lato lungo, e quella del coperchio ora perduto lasciava pensare ad una sistemazione contemporanea delle due sepolture in una sorta di monumento unico. Lanciani le descrive come deposte nel fondo di un pozzo ma Calderini  nel suo rilievo descrive un edificio che prende la forma di un angolo retto proprio dove i sue sarcofagi furono rinvenuti. E’ possibile che ci sia stato qualche errore o imprecisione al momento dei ritrovamenti. 

La scoperta è comunque eccezionale e chiama sul posto gli esperti del Comune. Il recupero viene fatto con grande attenzione. Il 12 maggio si apre il sarcofago di Crepereia, all’interno, per quanto ancora sigillato, era penetrata dell’acqua e si erano formate delle alghe dai lunghissimi filamenti color ebano.

“Tolto il coperchio e lanciato uno sguardo sul cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua”. La suggestione di questo ritrovamento quasi prodigioso fu immensa, l’esumazione della fanciulla fu realizzata con solenni onori. Giovanni Pascoli compose per l’occasione una poesia in latino in strofe saffiche che donò in occasione delle nozze alla figlia dell’onorevole Benzoni allora Ministro della Pubblica Istruzione e suo amico a Roma.

Il poeta immagina di assistere alla scoperta. Rievoca la cerimonia funebre per la giovinetta, gli sembra di rivivere l’amore del promesso sposo, il cui nome era Filetus, come sembrerebbe potersi dedurre dall’analisi del corredo.

 

… Vitrea Virgo sub aqua latebas/at comans summis adiantus undis/nabat. An nocti dederas opacae/spargere crinis?…(Giovanni Pascoli, Crepereia Tryphaena 1893; Poematia et Epigrammata-Poesie minori) …”Ti nascondevi o fanciulla, nell’acqua trasparente, e sull’onda nuotavano i tuoi capelli di felce. Avevi concesso alla notte oscura il privilegio di scioglierli?…”

All’interno del sarcofago venne ritrovato un vero tesoro, oggi esposto presso la Centrale Montemartini, in Roma. Lo scheletro della fanciulla era perfettamente intatto,  vicino a lei i suoi gioielli di ragazza, una corona con fermaglio d’argento con cui probabilmente era stata sepolta e infine una bambola dalle articolazioni mobili, che inizialmente sembrò essere di legno di quercia o di ebano e dopo il restauro si rivelò di avorio. Un piccolissimo cofanetto rivestito di lastrine di avorio conteneva i gioielli e gli oggetti (pettinini, specchietti) della bambola che a sua volta indossava al pollice della mano sinistra un anello con un ciondolino a forma di chiave. La piccola chiave del suo cofanetto.

Dal nome della fanciulla e di suo padre, Tryphaena e Euhodus, di sicura origine greca, si deduce che entrambi appartenevano ad una famiglia di liberti. Crepereia aveva circa 20 anni e probabilmente era una promessa sposa. Uno degli anellini del corredo aveva un castone di corniola con la rappresentazione di due mani che si stringono (segno nuziale) e l’altro portava  il nome di  Filetus, il promesso sposo,  ricavato nel cammeo.  I dati cronologici più chiari ci vengono senz’altro dall’analisi della bambola e della sua acconciatura, estremamente curata e derivante da una sorta di fusione tra elementi propri dell’epoca di Faustina Maggiore e acconciature dell’epoca di Faustina Minore. All’epoca e allo stile della prima,  moglie di Antonino Pio morta nel 141 d.C. , riconduce la complessa pettinatura formata da piccole trecce che vanno a raccogliersi sulla sommità del capo. Alla moda “innovativa” adottata da Faustina Minore dopo il 150 d.C. riporta invece l’acconciatura visibile frontalmente, con capelli spartiti sulla fronte e divisi morbidamente ai lati del viso a coprire le orecchie. La raffinatezza artistica del ritratto, il sistema delle articolazioni, la perizia e la padronanza tecnica esibite rendono la bambola un’opera eccezionale

Ci può stupire che un giocattolo venisse posto vicino ad una fanciulla ormai in età di matrimonio. Forse il deporre un oggetto collegato all’infanzia nella sepoltura aveva principalmente un valore simbolico-religioso di offerta alle divinità protettrici dell’infanzia da parte di fanciulli e fanciulle in procinto di abbandonare l’adolescenza. Allo stesso periodo, cioè all’età Antonina, agli anni successivi al 150 d.C, riportano i dettagli della lavorazione a rilievo del lato breve del sarcofago della fanciulla. 

Si tratta di una delicata e mesta scena di compianto funebre che mi sembra richiamare con evidenza la tipologia espressa, pur con maggiore raffinatezza e padronanza, nel rilievo in marmo pentelico esposto in Palazzo Altemps, noto come “Nova nupta” e interpretato solitamente come rappresentazione del mito di Ifigenia. L’eroina, figlia di Agamennone, viene preparata per le nozze con Achille, ma in realtà il suo destino è il sacrificio agli dei. Ad un medesimo modello, seppure in maniera non altrettanto esperta, mi sembra riporti sia il velario sullo sfondo, che anche la compostezza delle figure e in generale l’atmosfera di dolore evocata. Anche il rilievo di Palazzo Altemps, particolarmente noto ed amato durante il Rinascimento tanto da aver

Raffaello, 1514. Firenze, Galleria degli Uffizi.

ispirato lo stesso Raffaello, costituiva il lato breve di un sarcofago e rimandava con molta probabilità ad una scena nuziale sommessa e triste, come sommesso e triste doveva essere anche per chi preparò il sarcofago per Creperieia, il riferimento al matrimonio probabilmente mai avvenuto della fanciulla.

Per sarcofagi  e corredo a lungo non ci fu pace. Fino al 1928 furono esposti al Palazzo dei Conservatori; dal 1929 furono presso l’Antiquarium Comunale del Celio. Nel 1939 ci fu il parziale sgombro dell’Antiquarium, quindi i sarcofagi con il corredo tornarono nei depositi dei Musei Capitolini. Nel 2016 viene infine assegnata ai reperti la collocazione attuale. 

(Federica Carpinelli)

 

Per approfondimenti: Anna Mura Sommella, Scoperte archeologiche: “Crepereia Tryphaena” in www.cortedicassazione.it; Eugenia Salza Prina Ricotti: Giochi e Giocattoli (Vita e Costumi dei Romani antichi, 18), 1995 -edizioni Quasar; AA.VV. Palazzo Altemps, le collezioni: pp.160-1, 2014 -Electa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ingegner Guglielmo Calderini

 

Ingegner Guglielmo Calderini

Raffaello muore il 6 di aprile del 1520. L’umanista veneto Marcantonio Michiel nel suo resoconto redatto all’indomani del triste evento esprime come il cordoglio nel mondo della cultura sia unanime ma anche come già ci si stia preparando per ricordare degnamente l’artista con “accurate compositioni”. Se ne deduce che immediatamente ci sia l’impegno da parte dei letterati a sublimare poeticamente quello sconforto che tutti aveva colto. Probabilmente poi la richiesta da parte del pontefice Leone X di un’iscrizione da collocare presso la tomba del pittore determinò come risposta una sorta di certamen poetico, un vero fiorire di composizioni. Il vincitore di questa singolare gara fu l’epitaffio scritto secondo il Vasari da Pietro Bembo, umanista veneziano entrato al servizio di papa Leone X per la sua riconosciuta cultura e sostenitore di un intransigente ciceronianesimo nell’ambito delle lettere latine. Il testo da lui composto recita:

A Raffaello Sanzio, urbinate, figlio di Giovanni, pittore straordinario e rivale degli antichi, le cui quasi vive figure qualora tu contempli, facilmente vi potrai scorgere l’accordo dell’arte e della natura. Con capolavori di pittura e architettura accrebbe la gloria dei papi Giulio II e Leone X. Visse trentasette anni, integro, interi. Nel giorno in cui nacque, in quello ha cessato di essere. Il 6 di aprile (7 giorni prima delle Idi di Aprile) del 1520

Il distico elegiaco finale (due versi formati da un esametro e da un pentametro), meraviglioso capolavoro del latino umanistico, capace di condensare eppure di esprimere compiutamente la profondità e l’universalità del sentimento fu inciso infine sulla sua lapide e ancora oggi viene letto sul coperchio del sarcofago che conserva “ossa e ceneri” di Raffaello all’interno del Pantheon.

ILLE HIC EST RAPHAEL TIMUIT QUO SOSPITE VINCI

RERUM MAGNA PARENS ET MORIENTE MORI

Qui giace proprio quel Raffaello, mentre era in vita il quale, la Gran Madre di tutte le cose temette di essere da lui vinta, e una volta morto temette di morire con lui.

Versi che corrono agili al principio dove si presenta in veloci dattili la grandezza attiva di Raffaello da vivo, il timore della Natura Madre di essere da lui vinta e che rallentano adagiati e composti nella seconda parte introdotta da solenni spondei per chiudersi con una doppia ripetizione del verbo “morire”.

Bloccati a casa in quarantena ci dedichiamo comunque a ciò che amiamo, al nostro lavoro, divulgare arte, cultura, storia. Con l’aiuto dei media ci teniamo in contatto e ci auguriamo di poter tornare prestissimo alle nostre attività. In questo video parlo del nome degli antichi romani, di come era strutturato e delle analogie e differenze con il sistema onomastico attuale. Piccole curiosità per farci compagnia.

 

 

 

Ora vorrei invitare chi ha deciso di venire a visitare Roma a sfruttare il tempo che ha a disposizione per conoscere questa citta’ unica. Un’infinita’ di siti pubblicizzano ogni genere di visita ai Musei Vaticani e al Colosseo. Ma siete sicuri che e’ li che volete andare? O vi viene spontaneo pensare a questi luoghi solo perche’ non sentite parlare di altro? I celebri monumenti e musei che vediamo nelle strepitose trasmissioni in tv non sono gli stessi che affronteremmo da semplici visitatori. Le difficolta’ per entrare, le prenotazioni, le file sotto il sole…siamo sicuri che veniamo a Roma per questo? Non vorremmo invece gustarci la citta’ piu’ bella del mondo salendo sui colli, passeggiando negli antichi rioni, ammirando i panorami piu’ suggestivi? Abbiamo un immenso museo a cielo aperto e totalmente gratuito da scoprire ma quasi nessuno lo promuove, lo pubblicizza ce lo rende attraente con spot accattivanti.
Il Colle Capitolino per esempio e’ un vero gioiello! Dobbiamo assolutamente dedicargli una mezza giornata della nostra vacanza. Le architetture di Michelangelo lo rendono di un’insuperabile eleganza e maesta’. Scalinate, statue, facciate e storie millenarie sono li’ ad aspettarci. Dal sito in cui sorgeva il tempio di Giove Ottimo Massimo spaziamo con lo sguardo sul Foro Romano, riconosciamo il Palatino, troviamo il percorso della via Sacra. Possiamo salire ancora piu’ su, sull’arx, la rocca, il luogo del tempio di Giunone ed entrare in una Basilica che e’ anche museo di se stessa: Santa Maria in Ara Coeli. Assaporiamo qui la Roma del medievo, con la luce dei suoi antichi marmi, le colonne elegantemente spaiate, le cappelle dove si respira ancora un antico raccoglimento e ricordi di fervida devozione.

Esiste un ascensore panoramico sull’Altare della Patria, che conduce fino alla terrazza delle “quadrighe”, a sfiorare il cielo, e ci offre una emozionante vista a 360 gradi e soprattutto la sensazione di abbracciare l’immensa bellezza di Roma. Possiamo inoltre entrare nei Musei Capitolini ed accorgerci che sono belli da togliere il fiato. Quello che abbiamo visto sui libri di storia, quello che abbiamo letto o addirittura studiato…e’li`. La Lupa Capitolina, il Marco Aurelio di bronzo dorato, il Galata morente. E se andiamo in Pinacoteca troviamo Caravaggio…e non solo. Attraverso un percorso sotterraneo alla piazza del Campidoglio ci ritroviamo tra palazzi romani di II secondo secolo, resti del tempio di Veiove (II sec. a.C.) e infine ci troviamo nel Tabularium, l’archivio di Stato romano, affacciato con arcate scolpite dal vento sul clivo capitolino.
Sicuramente mezza giornata non può bastare…c’è cosi tanto da cercare, così tanto da trovare. Il mio invito è a non fermarsi alla superficie, non cercare i luoghi affollati per poi affannarsi a cercare il modo di non fare interminabili file. Roma è infinitamente di più di quello che possiamo pensare.

Non so come  possa essere accaduto che un’associazione culturale di Ancona abbia richiesto di visitare la Necropoli di Porto all’Isola Sacra, ma è accaduto.
E  così dopo non so più quanti anni sono passata di nuovo attraverso quel cancello che si apre sulla terra mista a sabbia di uno dei posti più particolari che io conosca.
Il custode è un signore con i capelli bianchi che mi viene incontro tra i suoi cani scattanti e  scodinzolanti. Vivono lì. In via di Monte Spinoncia dove  nemmeno il navigatore è stato capace di condurmi senza qualche incertezza. L’ingresso alla necropoli è gratuito e questa volta si fa un’eccezione perché è domenica mentre invece l’apertura è solo di sabato. Il primo e il terzo sabato del mese. Il mio gruppo è in grande ritardo, non riescono a trovare la strada. Non è facile. Allora ho un po’ di tempo. Il tempo di entrare da sola. Il basolato è comodo, ben conservato, a doppia carreggiata.
A destra e sinistra i soliti muri e muretti dei siti archeologici. Ma basta qualche passo in più e lo spettacolo è di quelli che a me ancora da’ gioia, meglio, emozione. Edifici intatti. Iscrizioni integre. Leggibili. Di quelle che in un attimo ti permettono di entrare nel passato,  di conoscere quasi sensibilmente chi si è curato di quelle costruzioni, le ha volute, costruite e infine abitate. Le tombe oggi sono numerate e quelle meglio conservate sono quelle allineate ad ovest, cioè a sinistra. Ce ne sono alcune col bancone per il banchetto funebre. Ci si sdraiava li per celebrare il defunto. In occasione delle ricorrenze dei Parentalia o dei Feralia. Erano i figli? I liberti? I genitori? Si accomodavano davanti agli ingressi delle camere funerarie e organizzavano piccole riunioni che donavano gocce di immortalità ai defunti. Quella immortalità che tanto veniva desiderata. Nel ricordo e nel cuore di chi era ancora in vita. Cosi si spiega la cura per le descrizioni relative a se stessi, al proprio lavoro, la propria famiglia. L’impegno profuso per la costruzione. Costruzione che, sembrano volerci dire, no, non è irrilevante! Misura ben 25 o 28 piedi (ogni piede sono quasi 30 cm) in fronte, cioè lungo la strada e altrettanto, o poco meno, in agro, cioè nel retro, verso la campagna.
Questa è una delle indicazioni che mi ha sempre colpita di più. Nel momento della vita in cui ci si rivolge al pensiero della propria morte e si prepara, incerti e timorosi riguardo al ciò che sara’, la propria eterna dimora, ci si è preoccupati di indicare i dati, per così dire catastali, dell’immobile. Tra una tomba e l’altra stradine e pianerottoli, come un ordinato villaggio. Era gente semplice, operosa, artigiani, commercianti, come ci insegnano le epigrafi e i pochi mosaici ancora visibili. Leggo i loro nomi, alcuni sono liberti, si capisce dall’origine greca, alcuni ci spiegano che mestiere facevano, certo con orgoglio, come il dottore o l’ostetrica…(tomba 100). E poi c’è la piccola Zosyme, vissuta 8 anni, 7 mesi e 16 giorni. Era stata allevata con amore da un genitore adottivo, il liberto Maternus che faceva il tabellarius, il corriere postale (tomba 96).
È incredibile come tutto prenda vita intorno a me. Proprio qui, dove ci si aspetta di trovare il contrario della vita, è più forte il pensiero per la vita, per chi ha vissuto. Mi viene in mente Foscolo, in fondo non lo avevo capito affatto quando lo leggevo distratta dal dovere dello studio. E le passeggiate della mia adolescenza, e non solo, nel cimitero del paese dei nonni, così piene di volti familiari, cosi stranamente piacevoli e piene di vita.
Federica Carpinelli

 

In fondo è solo una strada. Strati di materiale, come recita il nome stesso. Una strada che è li da sempre, per quel che mi riguarda, da molto guardando attraverso il filtro della storia. Le lastre raramente combaciano ormai  ma il lavoro era un tempo perfetto. So cosa vuol dire spaccare quei basoli neri cosi grandi, molto più grandi di quello che si immagina mentre si passeggia. Un colpo di mazzetta per uno, altrimenti fa male. Ti senti rintronare. Non mi meraviglio del grande lavoro fatto per metterli in opera. Mi emoziono al pensiero di quell’uomo ingegnoso che pensò in modo nuovo la strada. Non come una semplice linea che collega ma come una porta aperta sul mondo. Sulla conoscenza, la cultura, la ricchezza. Siamo abituati a meravigliarci dell’antichità. Se qualcosa di molto antico è arrivato fino a noi. Ma non sono i manufatti che mi stupiscono. Bensì le idee. Se prestassimo più attenzione a ciò che ci racconta la storia, se sapessimo da quali cause quali conseguenze scaturiscano sarebbe tutto molto più comprensibile. Invece quando scopriamo che certe idee già sono state pensate, certi meccanismi di vita, società, guerra, certe crisi politiche, economiche etc sono state già provocate, vissute, superate, ci meravigliamo. Mi viene spesso in mente Tucidide, lo storico greco della Guerra del Peloponneso. Diceva che la storia è “possesso per sempre” e usava un verbo che vuol dire acquistare. La storia è una cosa che si acquista e si possiede per sempre. È un tesoro. Eppure ce lo dimentichiamo. Lo sappiamo che le opere pubbliche, strade, ponti, acquedotti etc. sono indubbio segno di civiltà e che il trascurarle ci porta senza scampo in direzione sbagliata. Eppure sembra che nessuno dia importanza all’argomento. Il timore è che la civiltà per essere tale presupponga consapevolezza di se stessa. Perdere consapevolezza significa perdere lentamente la propria civiltà. Per questo voglio che le mie figlie studino la storia. Per questo la racconto tutti i giorni.
Federica Carpinelli

di Federica Carpinelli

Il Foro Romano è uno di quei luoghi che non amo semplicemente. È qualcosa di diverso. È qualcosa di più. Dopo quasi venticinque anni di assiduità ancora entrando provo una sensazione. Un sipario che si apre sull’essenza della mia passione. È stato lì, nella terra, tra la via Sacra e la via Nova, che ho scelto. È stato entrando lì, dall’arco di trionfo di Tito, alle 7 e 30 del mattino, giorno dopo giorno, per tanti giorni, con quella luce strana, silenziosa, appassionata, che ho deciso che quello era il mio posto. E poi ho iniziato a studiarlo, a comprenderlo, a penetrarne l’essenza. E poi ho cominciato a presentarlo a quei poveri primi studenti che hanno dovuto sopportate i dettagli del sepolcreto arcaico o del tempietto di Venere Cloacina. Ancora sorrido al pensiero dell’ingenuita’ delle mie prime visite guidate. Poi ho pensato di tagliare le mie spiegazioni in maniera diversa, tralasciando l’elencazione dei monumenti ma cercando di comunicare il significato del luogo, la sua storia, le trasformazioni e come il mondo a lungo abbia girato intorno a quella valle. Oggi a volte mi trovo a passarci con croceristi distratti che alzano lo sguardo solo se sentono l’altisonante nome di Giulio Cesare, con scolaresche rumorose che cercano un posto dove sedersi affaticate dal peso degli zaini, velocemente nell’afa di giugno o sotto la pioggia dell’autunno. Ieri un’insegnante ha fatto fermare i suoi studenti nel Comizio e mi ha chiesto di spiegare con cura la tribuna dei Rostri. Per me come un regalo. Io ho provato la gioia del mio lavoro. Non capita tutti i giorni. Ma capita. Io so che è una gran fortuna poter dire di amare il proprio lavoro. Per questo ci tengo. Perché amare con passione la propria routine è possibile.